Una marcia dei 40mila


Una marcia dei 40mila

Non basta invocare la cacciata di Avs dalla giunta Lo Russo per risolvere la questione Torino, una metropoli malata di estremismo antigovernativo che finisce per ritrovarsi sequestrata da un manipolo di incappucciati, finora trattati con benevolenza suicida. La città sabauda si è autoproclamata un bastione dell'antifascismo militante, il solito slogan fuori dal tempo che serve solo ad alimentare quel clima di "rivolta sociale" cui non crede più nemmeno la Cgil di Landini. Prendete una causa lunare e ponetela come un totem antagonista da venerare. A Torino si manifesta, si assalta e si menano gli agenti in nome di Hannoun, dell'imam di San Salvario, di un immobile occupato abusivamente come Askatasuna. Cortei oceanici, racconta la narrazione di Avs. Sono la parte preponderante dei torinesi? Tutti al settimo cielo dietro le bandiere No Tav e dei sindacati di base?

Non sarà un rimpasto di facciata del sindaco a invertire la rotta. Esce un assessore di Avs e magari entra un esponente Pd o il solito professore del Politecnico. Tutto qui. Quello che il primo cittadino si ostina a non vedere va evidenziato dall'"altra Torino": quella che si è stancata di devastazioni e ferimenti nel nome di anarchici ed estremisti islamici vicini ad Hamas. Agli abitanti come possono stare bene strade bloccate, vetrine infrante, auto e cassonetti in fiamme a ripetizione? Diciamolo a bassa voce: per qualcuno, non necessariamente un criminale armato di martello, questo scenario può essere letto come un conto salato da pagare pur di dare fastidio a chi guida il Paese. Alzi la mano chi non lo pensa.

È ora di contarsi per dire basta, ma sulla base del buon senso più che delle simpatie di partito. Già 45 anni fa, il 14 ottobre 1980, Torino scosse un Paese annichilito dal terrorismo e dalla violenza nelle fabbriche con la marcia dei 40mila. Non solo dipendenti Fiat che chiedevano di ritornare al lavoro dopo i picchettaggi, ma una borghesia stanca di subire la dittatura di esaltati e prepotenti. Quella fiumana di gente che sfilava silente quasi imbarazzata cambiò la storia dell'Italia. Per riprendersi una città sfuggita di mano a una sinistra troppo ambigua, non è più sufficiente lamentarsi al bar o sui social. Bisogna dirlo a voce alta. Tutti insieme.

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